DOCUMENTI NOTE

PRATICHE


::QUESTA NOTTE NON HO DORMITO E IL THE’ DELLE 5::

Questa notte non ho dormito. A parte l’ interminabile tempo che ormai ci mette il mio computer a accendersi e a aprire qualsiasi documento,la tosse persistente dovuta a una malattia cronica non meglio identificata, ma sicuramente cronica,il prurito alle mani e ai piedi che da diversi giorni mi infastidisce,altre cosucce come un piede semifratturato ieri sera in Teatro, senza contare il fatto di compiere 50 anni fra pochi giorni e di essere reduce e regista di uno spettacolo “ brutale” come dicono i tedeschi per non dire brutto,cioe’ forse bello come Fondamenti di Difettologia dipende da dove lo guardi,come lo guardi e cosa sei.E cosa vuoi dal Teatro.
A parte questo l’ esperienza di non dormire e’ una esperienza che credo a molti di voi sia capitata e capiti. Credo anche che ci sia una questione di qualita’ che riguarda anche il non dormire. Spesso non abbiamo dormito perche’ “ chi dorme non piglia pesci” o forse non abbiamo dormito perche’dentro a una emozione intensa, vicini alla vita.Quando il non dormire e’ piacevole abbiamo rubato tempo alla morte e ci sentiamo come dei bambini per i quali il tempo appare infinito. Ecco nel mio caso e’ il contrario e ne sono addolorato.
E’ la morte che ruba tempo alla vita.
Quando Maria Antonietta fu condotta al patibolo chiese carta e penna.Peccato che gli fu negata .Perche’ in quel momento lei e tutti noi abbiamo pensieri trasparenti e semplici.in quegli attimi che ci rimane si condensa e prende forma il significato di una vita,non della vita, ma di quello che siamo e siamo stati.
Un giro di parole incestuoso solo per dire che fra poche ore c’e’ il Convegno e che si dovra’ pur dire qualcosa, si dovra’ pur vedere chi c’e’..
Ci sono delle persone che gia’ si conoscono.Gli sconosciuti sono i benvenuti.
Oggi abbiamo aperto il Forum.il Forum e’ aperto.
Non aspettatevi troppo,ne’ troppo poco.Siate comunque esigenti.
L’ idea del Forum che oggi sovrintende il convegno : Diversita’ e follia nello Spazio scenico:la pratica della bellezza ect,ect,e’ nata un po’ di tempo fa da parte nostra (Isole Comprese Teatro ) della Citta’ del Teatro nelle persone di Fabrizio Cassanelli e Sandro Garzella che da anni condividono un percorso teatrale interessante con i pazienti psichiatrici. .
Questo Forum nasce dall’ esigenza condivisa da parte di operatori del settore di ritrovarsi a parlare di questo tipo di Teatro ( tipo di Teatro ?? ).Punto e basta. In futuro sara’ auspicabile che qualcuno organizzi rassegne,litighi con i giornalisti,stenda un Manifesto dell’ Arte teatrale con i pazienti psichiatrici, rivendichi un normale diritto di esistenza e sussistenza e dibatta con Scienziati,medici e politici il senso di tutto questo. Nel frattempo ci incontriamo .
Credo che ancora dobbiamo mettere a punto lo strumento “ incontro” o il dispositivo “ semina-rio” ma soprattutto conoscersi .Capire cosa fa l’ altro da noi.Capire che cosa vogliamo noi . I presenti.
E sarebbe gia’ tanto.Ai feriti,non ai morti ,come disse Carmelo Bene dopo la Lectura Dantis per la strage di Bologna,dedichiamo questo nostro incontro.

Il famigerato thè delle 5 ( termine per definire un incontro tra amici a base di pasticcini e thè appunto )del quale al Convegno di Sarzana il mese scorso e’ stata evocata la possibile parentela con il Forum in realta’ non e’ ne’ meglio ne’ peggio. A favore del The’ ci sono in piu’ i pasticcini e gli amici che non e’ poca cosa.Si corre inoltre raramente il rischio che un the’ delle 5 possa trasformarsi in una orgia di sangue o in un baccanale,vista l’ ora improbabile e una certa tristezza dovuta a quella particolare ora .
L'11 agosto 1934 il torero andaluso Ignacio Sànchez Mejias fu incornato dal toro nella plaza de toros di Manzanares, trasportato a Madrid, morì due giorni dopo. Il 14 agosto il suo corpo fu portato in processione alla stazione ferroviaria per essere trasportato a Siviglia: erano le cinque della sera, in pochi mesi Lorca compose, per questo frangente, il Lamento ( Llanto por Ignacio Sànchez Mejias), che fu oggetto di letture pubbliche prima di essere stampato nell'aprile del 1935 e suscitò un'emozione profonda.
Alle cinque della sera In questa orazione funebre si assiste però anche al lamento di un uomo per un altro uomo.
Il torero Igancio Sànchez Mejias, amico del poeta, moriva nell'arena, dove era ritornato non più giovanissimo, per mantenere fede al suo ideale di vita coraggiosa e nobile.
Lorca volle celebrarne la morte per mantenere vivo il ricordo dell'amico e perciò sottrarlo alla morte e tutto questo grazie alla poesia che può far sì che non vada dimenticato il dramma dell'uomo e può evitare che la sua vita cada nell'oblio.
"Nessuno ti conosce. Ma io ti canto".
Mi piacerebbe anche ricordare quello che avveniva in Inghlterra nelle case del Buon Ritiro organizzate dal Dott.Tuke alla fine del 1700. I malati erano invitati a tea parties dove ogni invitato indossava l’ abito migliore,gli venivano servite le migliori pietanze da infermieri i guantibianchi e la serata si trasformava in una calma e piacevole discussione sui temi dell’ esistenza.
Cosi’ schizofrenici,violenti,folli rabbiosi di ogni natura si ritrovavano insieme dentro a un rituale collettivo di organizzazione del mondo e dello sguardo: lo sguardo dell’ altro da sé. Teatro ?
E ecco che anche il The’ delle 5 diventa una occasione importante.Certo mi piacerebbe che ci si incontrasse come fra due amanti dove il tempo se pur breve soddisfa e riempie l’ incontro tanto atteso,da sempre atteso.Ma c’e’ un tempo anche per l’ amore.
E se non ora quando ?
SEGNI E INCANTESIMI : LE PRATICHE
Diciamolo. Sono un provocatore.Sono uno a cui piacerebbe giocare sporco.Spesso non sono capito.Nemmeno io capisco quello che dico.Su tante cose sono ignorante. Mi scuso preventivamente per ogni mia banale interpretazione della realta’ o distorsione dei fatti.
Ribadisco il fatto che il Teatro non mi piace e che c’e’ sicuramente un fatto clinico avvenuto in eta’ pre-puberale che mi ha condannato a farlo -.farlo / fare / facendo.
Anche questa idea della lettura di queste pagine mi ripugna, ma la cosa più ripugnante e’ che non c’e’ l’ Assessore o il Consigliere di turno che vi ammorba con dati inesatti su quello che fa il Comune o il Quartiere e che non ci sono ECM o carte di imbarco per poter diventare Registi,operatori di Teatro Sociale,psicologi con il vizio del teatro ect.ect,
Siete qui sotto vostra completa responsabilita’ e nel pieno possesso delle vostre bellissime facolta’ mentali .La scelta di darvi questi fogli e’ dettata dal fatto che sono meno prolissi e piu’ chiari di un mio intervento oratorio e che si puo’ sentire la musica mentre si legge.Potete anche fare finta di leggere ma vi prego fate finta che io vi sto parlando e che introduco il Convegno.
Nel Teatro della Diversita’ esiste un fatale doppio inganno che corrono gli “addetti ai lavori” di questo settore costretti per motivi di sopravvivenza dell’ esperienza a cercarsi una identita’ teatrale se non artistica :quello della supremazia terapeutica e quello della presunzione teatrale.
Si tratta d'indovinare chi è colpevole del fatto che non ci si comprende: infatti noi non comprendiamo le bestie piú di quanto loro capiscano noi; Occorre notare le somiglianze che vi sono fra di noi. Noi abbiamo una mediocre conoscenza della loro sensibilità ed egualmente le bestie l'hanno della nostra quasi nella stessa misura poiché esse ci secondano, ci minacciano, ci cercano e noi facciamo con loro la medesima cosa.
Un soffio di vento contrario, il gracchiare di uno stormo di corvi, il passo falso di un cavallo, il passaggio fortuito di un'aquila, un sogno, una voce, un segno, una brinata mattutina, sono sufficienti a sconvolgere l'uomo ed a prostrarlo. ( Montaigne )
Ma per chiarire questo interessante inganno bisogna chiedersi chi e’ l’ operatore teatrale in questione e cosa vuole da sé stesso.E soprattutto che sia cosciente di dirigere,condurre (ex-ducere ) un gruppo che non ha strumenti teatrali originari e che non puo’ fare confronti.Un rischio sempre presente :subire il Teatro dell’ operatore regista e la sue credenze teatrali.I punti di vista sono infiniti.La piacevolezza dell’ esperienza “garantita” (e anche qui non ci allarghiamo )il risultato artistico un po’ meno.
Cosa fare ? Si insegna ciò che si è,non ciò che si sa.La necessita’ di una Formazione aggiornata e il Forum come strumento di auto-formazione. Ma quali sono i compiti di un teatrante che lavora con la Diversita’.Abbiamo chiamato questo incontro la pratica della bellezza .Cosa deve fare l’ operatore teatrale ?
E’ compito dell’artista - ma lo stesso si potrebbe dire dell’osservatore attento - di individuare, cogliere e rivelare il bello del quotidiano: di trasformare l’ ordinario in straordinario.
La bellezza costituisce un potentissimo strumento di comunicazione col resto del mondo. In questo senso non può essere considerata un fine ma un mezzo, un tramite. Attraverso la bellezza l’animo umano si apre e l’individuo stabilisce con più facilità ogni sorta di relazione con tutto quanto lo circonda.
Al contrario l’assenza di bellezza ottunde le nostre capacità recettive, ci rende “insensibili”. E questa an-estesia ci porta a chiuderci in noi stessi. “(L’anima) ha sempre a che fare con la bellezza,” scrive Hillman “e le nostre risposte estetiche sono la prova dell’attiva partecipazione dell’anima al mondo.
(...) Il solo fatto di accorgersi di quello che ci sta intorno, e di rispondervi con un moto di istintivo disgusto o di desideroso trasporto, fa sì che veniamo coinvolti. (...) Ogni repressione di quella risposta non soltanto è deleteria per la nostra natura animale, ma è anche una ferita istintuale al nostro benessere, come è nociva la repressione di un qualunque altro istinto. Ma la risposta estetica negata (...) è anche un arrogante insulto alla presenza del mondo.
Passeggiare accanto ad un edificio mal disegnato, vedersi servire del cibo preparato in modo sciatto ed accettarlo, mettere sul proprio corpo una giacca tagliata e cucita male, per non parlare del non sentire gli uccelli, del non accorgersi del crepuscolo... tutto questo significa ignorare il mondo.”
Vorrei che si parlasse delle pratiche,dei segreti ( dei segreti no,se no che segreti sarebbero ?)e delle metodologie che sono messe in campo,al di la’ delle poetiche e delle frasi di circostanza .E adesso vi lascio con una metodologia.Niente applausi per favore.

"Il teatro che vi aspettate, anche come totale novità, non potrà mai essere il teatro che vi aspettate. Infatti, se vi aspettate un nuovo teatro, lo aspettate necessariamente nell'ambito delle idee che già avete; inoltre, una cosa che vi aspettate, in qualche modo c'è già.

Una signora che frequenta i teatri cittadini, e non manca mai alle principali "prime" di Strehler, di Visconti o di Zeffirelli, è vivamente consigliata a non presentarsi alle rappresentazioni del nuovo teatro. O, se con la sua simbolica, patetica, pelliccia di visone, si presenterà, troverà all'ingresso un cartello su cui c'è scritto che le signore con la pelliccia di visone sono tenute a pagare il biglietto trenta volte più del suo costo normale (che sarà bassissimo). In tale cartello, al contrario, ci sarà scritto che i fascisti (purché inferiori ai venticinque anni) avranno l'ingresso gratuito. E, inoltre, vi si leggerà una preghiera: di non applaudire: i fischi e le disapprovazioni saranno naturalmente ammessi, ma, al posto degli eventuali applausi sarà richiesta da parte dello spettatore quella fiducia quasi mistica nella democrazia che consente un dialogo, totalmente disinteressato e idealistico, sui problemi posti o dibattuti dal testo.

Il teatro di Parola non ha alcun interesse spettacolare, mondano ecc.: il suo unico interesse è l'interesse culturale, comune all'autore, agli attori e agli spettatori; che, dunque, quando si radunano, compiono un "rito culturale". Il nuovo teatro non è dunque né teatro accademico né un teatro d'avanguardia. Non si inserisce in una tradizione ma nemmeno la consta. Semplicemente la ignora e la scavalca una volta per sempre".

Pier Paolo Pasolini - Manifesto per un nuovo teatro gennaio marzo 1968 stralci

::INTERVISTA AD ELENA TURCHI DI “ISOLE COMPRESE TEATRO”::

La compagnia teatrale “isole comprese ” e’ formata da un attore e da un’attrice, pedagoga del teatro, nonche psicoterapeuta. Gia’ questa formazione ci dice qualcosa sul teatro che fate. Il teatro che facciamo (sorride) è quello che noi chiamiamo “teatro sociale”. Il teatro sociale è diretto a persone che apparentemente con il teatro non hanno niente, o ben poco, a che fare. Il nome “Isole Comprese” sembra sottolineare la volontà di integrare questa categoria di persone che vivono ai margini della società. Queste persone sono come “isole” che, ripeto, apparentemente con il teatro non hanno niente a che fare.
La formazione mia è psicoterapeutica da una parte e teatrale dall’altra nel senso che molto tardi mi sono resa conto che questa cosa del teatro era qualcosa di più di una semplice passione. Ho fatto la scuola di Orazio Costa all’età di 28 anni. Da qui si sono uniti i due interessi principali della mia vita.
La psicologia ed il teatro?
La psicoterapia da una lato e il teatro dall’altro.
Eri già laureata in psicologia quando hai deciso di fare la scuola di Costa? Sì, ero laureata. Contemporaneamente ho portato avanti la formazione di psicoterapia e quella teatrale.
Quest’ultima comprende danza e tanto palcoscenico, in quanto sono andata a lavorare al teatro comunale di Firenze, e lì sono rimasta per circa 15 anni, in modo abbastanza continuativo, lavorando come mimo danzatore, ho avuto l’opportunità di lavorare con tanti registi.
Qual è la tua formazione di Psicoterapeuta?
E’ una formazione classica degli anni settanta e inizio anni ottanta. Allora in Italia c’erano solo due facoltà di psicologia, una a Roma e l’altra a Padova. Io mi sono laureata a Firenze in pedagogia ad indirizzo psicologico. A quei tempi il piano di studi era liberalizzato e quindi ho potuto dare tutti gli esami che mi hanno portato a lavorare in psicodiagnostica.
Nell’ottantanove c’è stata la formulazione dell’albo ed io sono entrata subito con l’articolo 33.
Alessandro invece nasce come attore, ha fatto la scuola di Teatro di Bologna diretta da Alessandra Galante Garrone, dove si studia e si pratica il metodo Lecoq.
Il tuo ruolo di Psicologa all’interno della compagnia teatrale qual è? Il mio ruolo all’interno di “Isole Comprese” si allontana dal mio ruolo di psicoterapeuta in senso classico del termine. Il lavoro di teatro sociale che noi facciamo è molto orientato, molto interessato, all’aspetto artistico e spettacolare dell’intervento laboratoriale. Questo significa che noi lavoriamo con gli attori – allievi e con gli attori – utenti per poter fare un’opera teatrale, per poter mettere in scena un’opera di teatro. Più quest’opera si avvicina ad un livello artistico alto più, secondo noi, la terapeuticità dell’intervento è alta. Premesso questo, io all’interno di “Isole Comprese” mi occupo di molte cose, dalla pre – espressività, al movimento scenico, alla coreografia, ai costumi, alla scenografia.

Sicuramente quelle che sono le mie nozioni e conoscenze terapeutiche e psicoterapeutiche le uso in maniera…voglio dire, io non mi pongo mai come quella che chiede o vede il problema della persona e che vuol parlare del problema, No. Qui facciamo dei movimenti, danza, facciamo training, dove e quando è possibile. E’ chiaro che poi le mie conoscenze ed esperienze da psicoterapeuta in qualche modo le uso, perché fanno parte della mia formazione, fanno parte di me.

Per capire meglio il vostro lavoro puoi raccontarmi la storia della vostra compangnia, farmi capire come siete approdati al teatro sociale? Aallora, "Isole Comprese Teatro" nasce nel 1998. Isole comprese è stato proposto da un ragazzo della comunità di Galceti, di Prato, che è il progetto pilota che noi dal 1998 abbiamo. E' un progetto con i tossicodipendenti ed ex-tossicodipendenti, ragazzi con problemi di dipendenza che decidono di entrare in comunità. Questo progetto nasce come una scommessa, come un gioco. Io ho avuto un grande scossone a livello teatrale quando nei primi anni novanta vidi lo spettacolo di Armando Punzo, MARASAD, realizzato con la compagni della fortezza. Tutt'ora questa compagnia è un'eminenza nel campo teatrale italiano. Quello fu uno dei primi spettacoli di quella compagnia.
Dopo la visione di questo spettacolo io ebbi un vero e proprio rivolgimento interiore rispetto alla mia concezione di teatro, cioè rispetto a quello che io ho visto a livello di verità, di forza, di necessità, è stato straordinario.
Per diversi motivi, che qui non sto a dire, mi trovai a fare un corso di aggiornamento a degli operatori che lavoravano nella comunità di Galceti, a Prato; dopo questo corso di aggiornamento ebbi l'idea di fare un piccolo progetto con i ragazzi residenti in questa comunità. Proposi l'idea ad Alessandro. Da lì è partito "Isole Comprese". Il risultato di questo primo spettacolo, che tra l'altro era un "Amleto", con anche questa volta un attore che impersonava il protagonista, bravissimo; siamo sempre stati fortunati con questa opera (sorride e fa riferimento ad uno degli ultimi spettacoli di Isole, appunto "amleto, atto 5 in salsa Balcanica"). QUesto primo spettacolo fu fatto al Metastasio di Prato.
Da lì ci rendemmo conto che c'era un gran interesse e piacere a lavorare con non attori, con persone così apparentemente lontane dal treatro. Quel progetto è andato avanti negli anni e poi è stato affiancato da progetti con utenti psichiatrici e con portatori di handicapp, non che con giovani legati in qualche modo alla marginalità, con rom. Queto è l'inizio di "Isole Comprese".

Poi si è sviluppata in molte attività, molti spettacoli uno dei quali, " Boonker" vorrei citare per il bellissimo lavoro che fu la sua realizzazione. Gli attori erano ex-tossicodipendenti che avevano finito il percorso in comunità, una di loro è rimasta con noi per molti anni. Lo spettacolo fu portato in turneè per tutta Italia, ha vinto dei premi. Anche quello era un lavoro molto composito, molto compatto, molto molto forte, segnato da un'urgenza di comunicare. Tu hai visto questo spettacolo?
Purtroppo no. Il primo spettacolo che ho visto è stato “Io sto bene” in una delle sue ultime uscite, ad aprile Ah, molto bello anche quello, quella data è stata una dei momenti più alti dello spettacolo. Fui molto soddisfatta.
Molto bello. Ho visto anche altri spettacoli, ed anche ad altri ho partecipato, come sai... Certo, “Amleto”, è stato un altro grande successo. Siamo stati molto fortunati sia con gli operatori - attori, che con gli utenti – attori.
Cosa significa, per te psicoterapeuta, portare in scena condizioni di disagio, di sofferenza, di marginalita’, di diversita’? Il discorso di portare in scena persone legate alla marginalità, secondo me è importante per due aspetti. Il primo è quello di dar voce a chi voce non ce l’ha, ed è molto difficile, anche perché avvolte voce non la tiene veramente, non solo per emarginazione, ma proprio perché non parlano o anche perché le capacità di espressione sono molto molto limitate. Noi lavoriamo con una ragazza che è carrozzata, quindi non cammina, non ha mani, non ha piedi, non parla, eh? Ha due occhi grandissimi. Lei è una delle due damigelle vestite di bianco di “revolution”, facevano la coreografia, correvano per il palco con la carrozzina. Ecco, dar voce a una in quella condizione, come fai? Nella danza che noi montiamo io credo che ci sia molto di comunicativo, soprattutto nella loro gioia quando svolgono sia l’esercizi che lo spettacolo.
Il secondo punto è quello che riguarda che cosa succede allo spettatore. Anche questo è molto importante. Si può vedere qualcosa di straordinario, nel senso di fuori dall’ordinario. Quando qualcuno viene a vedere i nostri spettacoli può vedere qualcosa che non si aspetta di vedere e sente qualcosa che non si aspetta di sentire.
E’ in questo modo che entra la suddivisione del teatro terapeutico e la terapia teatrale. Si, cioè, per l’attore io non voglio più stare a discutere che il teatro sia terapeutico. Non ne voglio più discutere. Già gli antichi greci lo sostenevano. Quindi la teatro terapia è una cosa che esiste in sé. Voglio dire, su questo c’è chi ha formato le scuole, e va benissimo, ma il teatro porta sempre ad un cambiamento, e spesso questo è terapeutico.

Il teatro che noi chiamiamo sociale, che ha questo forte aspetto terapeutico in se, ha la necessità di fare un salto, che noi, “Isole Comprese” riteniamo debba essere di tipo artistico, cioè far sentire qualcosa anche allo spettatore che vede. Entrare nella relazione tra attore e spettatore. Spesso la persona disabile, ben diretta, in uno spettacolo fatto bene, e qui ci tengo molto a sottolineare che nessuno vuole mostrare il fenomeno, non è minimamente questo l’interesse, molte volte sono stata attaccato su questo argomento, ma appunto cercare di fare un’opera artistica. E qui è l’interesse primario. Io non credo che il laboratorio in sé sia esaustivo del progetto del laboratorio teatrale, Io credo che il prodotto artistico e la tendenza che il lavoro ha nell’essere un prodotto artistico possa essere la degna conclusione di un percorso.
E’ molto chiaro cio’ che vuoi dire. Mentre parlavi hai accennato al laboratorio teatrale. Grotowsky, ma gia’ stanislawsky prima, parlavano di laboratorio teatrale come luogo spazio\tempo atto al cambiamento, un luogo di formazione e motivazione al lavoro di gruppo, di organizzazione dello spazio e del tempo e un luogo dove riconoscere le emozioni e gestire le relazioni. Molti punti di contatto con la psicoterapia. Il laboratorio teatrale è il luogo dove può accadere qualcosa. Per noi la costruzione del luogo è fondamentale. Creare un setting. Noi pensiamo che il teatro sia una cerimonia, che il fare teatrale sia teatrale. Alcuni dei nostri stage iniziano con la pulizia dello spazio, attraverso il mimo naturalmente, c’è un profondo studio degli elementi fondamentali, e molto altro. Sono molti gli elementi del lavoro che portano spesso ad un momento catartico in cui ogniunni facendo un profondo lavoro di introspezione diventa acqua o fuoco o aria o terra. Questo per fare un esempio. Ciò che è venuto fuori da questo momento catartico era si un rito, una trans di gruppo, ma era anche uno spettacolo, un bellissimo spettacolo da vedere esternamente. Tu dovresti saperlo, o quanto meno immaginartelo, visto che eri tra gli attori. Il laboratorio è quindi il primo momento del lavoro.
Tra gli obiettivi del laboratorio teatrale c’e’ anche quello di dare dei ruoli. In particolare quello del conduttore, quello degli operatori e quello degli attori – utenti, che, questi ultimi, normalmente un ruolo non ce lo hanno. Questa è una cosa molto interessante. Il teatro può essere un forte elemento di riscatto. Quando si lavora con i tossicodipendenti, al momento dello spettacolo c’è sempre la rassegna stampa. Ognuno di loro si sorprende e dice che fino a questo momento loro sul giornale ci sono stati per ben altri motivi, e ti puoi immaginare quali.
Nel nostro lavoro diamo una forte possibilità di riscatto, una possibilità di appartenenza al gruppo e una forte possibilità anche nell’io. Voglio dire, quando uno ha uno spazio anche per delirare, perché no, liberamente…..vediamo cosa succede, cosa ci succede, vediamo come questo si può inserire. C’è un grande lavoro di accoglienza interna.
Ci tengo a precisare che saper cogliere ed assemblare questi elementi sta molto nell’abilità di chi fa la regia. Voglio dire, quando in “revolution” Alessandrino dava i numeri, faceva il giullare e dava i numeri, era un’idea nata osservandolo nel laboratorio in uno dei suoi deliri quotidiani. La cosa geniale di quel momento dello spettacolo era che il coro gli rispondeva, avvolte in modo più delirante di lui. A lui gli è sempre stato detto di smettere di dare i numeri, perché dalla mattina alla sera non fa molto altro…..Il suo delirio è stato accolto ed è anche diventato spettacolo. Il problema è adesso che abbiamo cambiato spettacolo, e lui continua a dare i numeri ma il gruppo non gli risponde più!
Lo stesso è con le due carrozzate. Chi le ha mai spinte a quel modo, a tempo di musica, con quella velocità? A loro la velocità piace da impazzire e fino ad adesso non l’avevano mai sperimentata. Ballare il tango, il walzer, fare le piroette con le carrozzine. Quando avrebbero potuto farlo senza il teatro? Questo è un altro modo di utilizzare lo strumento carrozzina. E’ all’interno della necessità che ti aguzzi, perché finchè le cose sono comode…. E’ molto stimolante da questo punto di vista.

Giovanni in “revolution” si sente sindaco in quel momento, prova ad essere sindaco. Anche Gigio si sente re, sa di esserlo. Mi hanno detto gli operatori dell’istituto dove vive Gigio che quest’estate guardava il filmato dello spettacolo una volta al giorno, non fa altro che chiedere del teatro. Qualcosa di buono lo avrà fatto il teatro in lui.
Il training teatrale e’ approfondimento dell’intelligenza emotiva, della concentrazione, dell’attenzione, della consapevolezza, dell’immaginazione e della creativita’. Tutti temi, anche questi, molto cari anche alla psicoterapia. Sì, io credo, che alla fine ci sono molti temi e anche molti termini che collimano. Io credo che un aspetto importante rispetto a quest’osservazione qui sia la differenziazione che si debba fare per ogni tipo di utenza, cioè il training è sempre lo stesso, forse, può essere sempre lo stesso perché ci si può sempre muovere, però ad un gruppo di uomini di 90 chili puoi far fare delle cose, che ad un gruppo di disabili non puoi far fare, naturalmente. O meglio, puoi far fare la stessa cosa ma in un altro modo, ci sono vari livelli con cui ci si approccia all’intelligenza emotiva, alla creatività, all’attenzione eccetera. Ci sono molte sfumature su cui lavorare anche se poi li training è sempre lo stesso. Un esercizio lo puoi fare con tutti, tenendo però presente le possibilità di chi lo svolge sarà modulato in maniera diversa, anzi meglio, l’esercizio sarà modulato secondo la possibilità dell’ampliamento delle proprie possibilità. Molti si rendono conto, facendo l’esercizio, delle possibilità che in realtà hanno; voglio dire, fino a quel momento pensavo di non riuscire a fare determinati movimenti e poi grazie a questo tipo di lavoro invece riescono la dove fino ad ora nemmeno ci avevano provato. Ripeto, ciò che è davvero interessante è l’ampliamento delle proprie possibilità. Per farti un esempio, ricordo un’improvvisazione con musica.
Ad un cero momento la Silvia si è messa a fare delle capriole, tutti gli operatori sono rimasti stupefatti quanto felici di vedere questo gesto così spontaneo e inaspettato da chi è in quelle condizioni fisiche. Quando mai le era stata data la possibilità alla Silvia di poter pensare di fare le capriole? Il laboratorio è un luogo dove ognuno può pensare di poter fare, prima di fare naturalmente.

Negli anni settanta basaglia invita tutti gli artisti dentro i manicomi “perche’ vi facciano cio’ che vogliono”. Successivamente negli anni novanta con pippo del bono e armando punzo, ma anche altri come ad esempio la vostra compagnia, entrano in scena i barboni, i carcerati, i down, gli psichiatrici.
E oggi dove e’ il manicomino?
Dove e’ il disagio rappresentabile?
Questa domanda mi mette un po’ in difficoltà, non riesco a cogliere bene la domanda. Mi dà delle suggestioni. Sono sempre più convinta che il disagio esiste è riconoscibile ed è un vezzo dire che io sono disagiata quanto un altro. Ci tengo a sottolineare che secondo me la misurabilità del disagio sia la sofferenza. Tanto più si soffre tanto più è disagiato, tanto più qualcuno è emarginato tanto più soffre. Io credo che persone come noi che hanno questo fascino per il lavoro con il diverso abbiano trovato della poesia in ciò, non è un segreto, basta leggere “barboni” di Pippo del Bono per capire come lui a Bobò gli debba la vita, credo che l’esperienza artistica che Armando Punzo sta facendo con i carcerati gli abbia dato una grande illuminazione artistica, così come ad “isole comprese” lavorare, ad esempio con Giovanni, il ragazzo down protagonista del nostro ultimo spettacolo, è fonte di ispirazione e illuminazione artistica.
La categoria con la quale io ho più difficoltà a lavorare sono gli psichiatrici perché la loro sofferenza è visibili, il loro disagio, il farmaco aleggia intorno a loro. Devono essere gestiti, controllati altrimenti smattano. La persone con handicapp sono più innocenti, più semplici.