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FUORI DAL TEATRO

 

 

 

 

 «Nel momento in cui la salute viene assunta come valore assoluto, la malattia si trova a giocare un ruolo di accidente che viene ad interferire nel normale svolgersi della vita come se la norma non fosse racchiusa tra la vita e la morte. L'ideologia medica, per il suo rifarsi ad un valore astratto e ipotetico qual è la salute come unico valore positivo, agisce da copertura a quella che è l'esperienza fondamentale dell'uomo - il riconoscimento della morte come parte della vita - assumendola su di sé come oggetto di una esclusiva competenza. Essa cioè distrugge il malato nel momento in cui lo guarisce defraudandolo del suo rapporto con la propria malattia (quindi col proprio corpo) che viene vissuta come passività e dipendenza.
In questo senso il medico diventa responsabile all'insorgere di una relazione reificata tra l'uomo e la propria esperienza inducendo il malato a vivere la malattia come puro accidente oggettivabile della scienza e non come esperienza personale.»

(Franco Basaglia cit. in un intervento di Franco Rotelli, 1983)

Ci interessa offrire degli spunti di una riflessione sullo statuto dell’attore diverso, e/o, se vogliamo, sulla diversità del corpo-mente dell’attore.  Il  nostro teatro è interessato alla differenza, di qualsiasi genere, e, di conseguenza, parliamo di anomalia del corpo e della mente  come qualità della comunicazione del corpo e nel corpo-mente in scena.

Per questo motivo assume interesse la citazione di Basaglia in epigrafe. Se ogni anomalia è da guarire o da riportare a una norma, secondo il modello medico che è stato assunto anche in ambito sociale, se viene contemplata come oggetto di cura, in un soggetto passivo e dipendente, e non come qualità del soggetto, l’anomalia sfugge all’esperienza, sia individuale che collettiva, viene nascosta all’esperienza e quindi anche a qualsiasi possibile trasformazione. 

Il corpo anomalo parla dell’universo, dell’anima, così come un’anima magmatica, “parla a”. Il teatro è fatto “di fronte a”, in un’apertura, un dono crudele e necessario che ha a che fare con la vita e con la morte. L’attore è nudo, lo spettatore è nudo, se vuole, con il rischio di essere lì, essere per essere se stessi e per essere altro, essere per essere un universo e rischiare i propri limiti in questa presenza necessaria.

Accettare di essere, in definitiva, quello che viene rifiutato, è accettare di farsi segno comunicativo, in qualche modo, con naturalezza, come ogni anomalia – di ogni tipo - che è domanda muta di se stessi e a se stessi. (Diversabili e teatro  Corpo e emozioni in scena 2009 )

Nel manicomio di Rodez l’ internato Antonin Artaud elabora il concetto di malattia come valore.La persona umana come portatrice di cultura,di istanze,aggirando la definizione riduttiva di paziente psichiatrico.”Trattarmi da delirante e’ negare il valore poetico della sofferenza “.(Artaud)

 

« Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare. »

(Sigmund Freud, Il perturbante, 1919.)

 

Il Teatro di Isole Comprese  è un progetto  legato al teatro dell’esperienza e ad una drammaturgia performativa che  si riassume nello scarto fra proposta attoriale e narrazione autobiografica dei partecipanti . L’ alchimia che si realizza nello spazio tra il training dell’ attore e le lunghe giornate di sosta al Centro Diurno,nella rivelazione della danza tra pomeriggi imbevuti di Zyprexa, passati a dormire,entra in scena.E’ un Teatro che nasce nei laboratori,negli incontri, e’ un teatro spesso autoprodotto, che ha come  modalita’ artistica e  cifra poetica quella del lavoro con i non –attori,veri protagonisti della scena,portatori di significati e metafore,performer della vita,persone non personaggi. I nostri attori,non hanno un lavoro,fanno molta fatica a vivere  e stranamente per loro il teatro e’ la Vita.Non si tratta allora di  formare attori  normali che “ recitano” piu’ o meno bene ,che hanno una buona dizione,che si possono integrare in una societa’ disintegrata. Non ci interessa la normalizzazione e nemmeno il Teatro come strumento curativo.Semmai il percorso terapeutico,  se e quando avviene, esalta la loro singolarita’,le loro ossessioni, accettando il limite come valore,riconoscendo una autorialita’ poetica a chi non ha voce,nella costruzione di un nuovo sguardo sociale sulla diversita’.Ci interessa la creazione di nuove visioni artistiche e di altre possibilita’ di esistenza .Il teatro e’ testimonianza.

Quando parliamo di metodologia,parliamo non solo di relazione,ma di condivisione di un percorso di verita’,che si condensa nella costruzione di un teatro in stato di necessita’, un teatro imperfetto,un teatro del grido piu’ che della carezza,abitato dall’ errore e dal perturbante,popolato da sogni e  visioni utopiche,che rimandano a una vita diversa, a una sorta  di sconfitta della morte e della malattia.

 

Trovarsi davanti a un pazzo sapete cosa significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica di tutte le vostre costruzioni..
(Enrico IV, Pirandello)
 

L’ attore di cui noi parliamo e’ prima di tutto essere umano che incontra altri esseri umani. Attraverso il teatro abbiamo questa straordinaria possibilita’ di incontro.

Si tratta di dotare un disabile,un utente del servizio di salute mentale,un ex –tossicodipendente di strumenti pratici,come le tecniche dell’ Attore o del performer,per operare quella sorta di  trasformazione che avviene sulla scena,  e che conduce tutti noi spettatori a uno spaesamento, nel partecipare a una sorta di “redenzione temporale “che ci purifica.Il Teatro con la diversita’ diventa allora un pretesto illegale,un incontro tra deliri,una metafora della voglia di non fare teatro,dell’ impossibilita’ di fare teatro.Essere fuori dal teatro,essere stranieri,esuli nelle palestre,nei Centri Diurni,risponde a una azione politica che ci rappresenta intimamente.